C’è questa foto di un vecchio seduto all’ombra degli alberi. La luce cade obliqua attraverso le foglie e gli illumina barba e stivali. Ha una mano attorno al bracciolo della sedia, come spesso i vecchi che non sai se saggino la stabilità della seduta o di sé stessi. Nonostante ciò, l’impressione prevalente è di grande vigore per via dello sguardo diretto e di quegli stivali lucidi. Siamo a Yasnaya Polyana, sono le cinque e trenta del pomeriggio e lui è Lev Nikolaevich Tolstoj. Tanto basterebbe per ammirare questa foto, per giunta molto bella, ma ciò che a suo tempo la rese la foto più famosa di tutta la Russia, e che tutt’ora ci meraviglia, è che è a colori, e siamo nella primavera del 1908!
Dietro l’obiettivo c’è Sergej Michajlovic Prokudin-Gorskij, un poliedrico, un genio, un pioniere della fotografia a colori. Ha insistito per fare il ritratto allo scrittore più amato dai Russi, il primo e unico a “colori naturali senza l’intervento del pennello”. E’ perfettamente conscio che sarà un successo: non ha dubbi sulla superiorità del colore e sa che il ritratto di Tolstoj in occasione del suo 80-esimo compleanno farà il giro della Russia. Del resto lui stesso è l’editore di una nota rivista di fotografia, il Photograf-Liubitel, è membro dell’Istituto Imperiale Tecnologico di Pietroburgo, è di nobile schiatta, è uno ben introdotto, sa come muoversi. Vuole parlare direttamente con lo Zar, ha in mente un progetto che necessita di supporto tecnico, finanziario e amministrativo e sa che per le vie burocratiche rimarrebbe incagliato.
Tolstoj compie ottant’anni, il ritratto a colori fa il giro di tutta la Russia, insieme al nome del suo autore. A pochi mesi di distanza per Prokudin-Gorskij si aprono le porte di Tsarsko Selo.
Tsarsko Selo è la casa dei Romanov. Delle residenze imperiali la più cara, descritta come “un giardino incantato”, vi sono ammessi solo pochi eletti. Qui viene invitato Prokudin-Gorskij a presentare il suo lavoro davanti alla famiglia imperiale e a una ristretta corte. Lui, da fotografo sgamato, ha selezionato il materiale in base agli interessi del suo pubblico. Come stabilito, alle otto e mezza in punto viene annunciato lo Zar, le porte si aprono e nella sala fanno il loro ingresso Nikolaj II e la sua famiglia. Prendono posto; un cenno per iniziare; le luci si abbassano; in un fruscio i sipari comandati a distanza si aprono scoprendo l’immagine mozzafiato di un bosco di betulle a colori; mormorii in sala e Prokudin-Gorskij, ancora una volta, sa di avercela fatta. Infatti ecco che durante la pausa per il tè, lo Zar si stacca dal gruppo e gli va incontro fornendogli l’occasione per illustrare il suo ambizioso progetto. “Il futuro della fotografia a colori”, dice Prokudin-Gorskij allo Zar, “è nell’educazione” e gli spiega che intende fotografare ogni angolo dell’impero, in ogni suo aspetto, per documentare e far conoscere in tutte le scuole il patrimonio culturale della grande Madre Russia.
Prokudin-Gorskij, che era stato un chimico, otteneva le immagini a colori attraverso una procedura che aveva messo appunto a partire dalla tecnica della “separazione del colore” (l’antenato dell’RGB). La tecnica prevedeva tre scatti con tre filtri: blu, rosso e verde, sovrapposti tramite un apposito proiettore. All’epoca la fotografia era una roba da laboratorio. Molti scienziati in Europa, nello stesso periodo, stavano svolgendo ricerche simili con esiti più o meno analoghi. L’apporto più specifico di Prokudin-Gorskij consistette in un’emulsione chimica che garantiva un’esposizione più rapida e soprattutto nell’appassionata volontà di trovare un utilizzo pratico alla fotografia a colori.
“L’occhio percepisce il mondo a colori”, è il colore inoltre che risponde alla promessa originaria della fotografia, quella di riflettere perfettamente la realtà. Per Prokudin-Gorskij, tra la fotografia ordinaria e quella cromatica non c’era paragone: la seconda offriva maggiori informazioni dal punto di vista analitico, sfruttabili in ogni campo della conoscenza. Pertanto in quel colloquio con lo Zar, prospettò la diffusione del suo proiettore in tutte le scuole ritenendo che vedere l’oggetto di studio aiutava a memorizzare più di qualsiasi altro metodo di apprendimento. La materia da conoscere? Il patrimonio culturale russo, quell’inisieme di aspetti che costituiva l’eredità della grande Madre Russia, e in cui ogni russo poteva riconoscersi. Lo possiamo vedere e quasi rivivere grazie al corpus di fotografie che Prokudin-Gorskij ci ha lasciato: gli uomini e i loro modi di vivere, edifici architettonici religiosi e civili, siti storici, industriali e agricoli, vie di comunicazione, strade, fiumi e ferrovie, paesaggi naturali e vedute di città, villaggi. L’identità dell’impero russo, quella che di lì a poco sarebbe stata spazzata via, estirpata con ferocia maggiore dove maggiormente si annidava: nelle tradizioni popolari… Strana rivoluzione del popolo.
Correva l’anno 1909, si avvicinava il tricentenario dell’ascesa al trono dei Romanov. L’impero prosperava. La patria di Tolstoj e Chekov era il laboratorio dove Kandinskij, Chagal, Chlebnikov, Rachmaninov, Stravinskij – tanto per dire i primi che mi saltano in mente – creavano l’arte del ventesimo secolo. La Russia conosceva una fase di grande sviluppo, tanto che Edmond Terry, economista francese inviato come osservatore scrisse: “Nessun popolo europeo può vantare simili risultati. Verso la metà del secolo la Russia dominerà l’Europa”. Nello stesso anno Prokudin-Gorskij iniziava i suoi viaggi, l’ultimo zar, Nikolaj II, aveva approvato il progetto e concesso ciò che gli era stato chiesto: un carro ferroviario attrezzato come laboratorio, mezzi di trasporto, lasciapassare, visti e permessi. Il fotografo stabiliva un itinerario, questo veniva discusso e approvato con i funzionari dello Zar, si approntavano documenti ed equipaggi, si fotografava, si tornava e si presentava allo Zar il lavoro svolto. Nelle presentazioni Prokudin-Gorskij non mancò mai d’inserire meravigliosi paesaggi naturali e le chiese della Russia, argomenti a cui lo zar teneva particolarmente.
Questa routine si protrasse fino al 1914, la guerra complicò le cose, i viaggi diminuirono e più tardi terminarono del tutto. Arrivò il 1917. I Romanov vennero trucidati. Prokoudin-Gorskij rifiutò l’incarico offerto dal nuovo governo, prese la famiglia, la sua collezione di foto e lasciò la Russia per sempre. Il suo nome affondò nell’anonimato dell’esilio, divenne uno che sbarcava il lunario, ma non smise mai di credere appassionatamente nella fotografia come testimonianza della realtà. Infatti negli anni ’20 lo ritroviamo a Nizza che presenta ai figli degli esuli “lo splendore della grande Russia”, affinché non dimentichino. Spera “che le sue foto servano come testimonianza di ciò che era la loro patria in realtà”.
Ultimamente il nome di Prokudin-Gorskij è riemerso dall’oblio insieme al crescente interesse per il mondo russo. Oggi le sue foto, acquistate dall’ American Council of Learned dopo la sua morte nel 1945 a Parigi, sono facilmente fruibili on-line, e documentano il tempo in cui visse. La realtà, come un torrente carsico, si inabissa lungo il corso della storia, ma prima o poi riemerge prorompente. Così le sue foto riappaiono vivide nei loro colori ed efficaci nella funzione a cui erano destinate: la conoscenza.
Siamo talmente abituati a vedere il nostro passato in bianco/nero che sfogliare le foto di Prokudin-Gorky è un’esperienza piacevolmente disorientante. Il colore rende più veri gli spazi e accorcia le distanze temporali: sembra fotografato soltanto ieri ciò che è scomparso cent’anni fa. Per capire che cosa davvero aggiunga il colore alla fotografia basta fare un giro sulla Library of Congress e confrontare la stessa foto, a colori e in bianco e nero… Non è la stessa cosa! La foto a colori è più… reale.
Le foto di Prokudin-Gorskij hanno un valore documentario straordinario, scattate proprio alla vigilia della fine di quel mondo, sono una fonte sgusciante che attraversa le trame dell’apologetica della rivoluzione, che ancora rende ostica la ricostruzione di quella pagina di storia. Si potrebbe obiettare che si tratta di una fonte troppo parziale, dato che Prokudin-Gorskij fotografava per lo zar, ma tutte le fonti sono necessariamente parziali, allora come oggi bisogna solo analizzarle tenendo conto della loro parzialità e degli interessi da cui scaturiscono. Il suo fine Prokudin-Gorskij lo dichiara: “Gli splendori della Russia”, il che ovviamente potrebbe escludere immagini poco gradevoli di realtà sgradite, per questo nella sua collezione mancherebbero contadini incazzati con i forconi in mano. D’altra parte, in un clima del genere, mi è difficile pensare che un aristocratico si sarebbe arrischiato a scattar foto. Non è mica che altrimenti la sua famiglia sarebbe rimasta senza cena! Semplicemente non c’erano avvisaglie di ciò che stava per accadere, anzi le parole di Tierry nel 1914 indicano una società mobile e in gran fermento culturale (che di solito non si accompagna a periodi bui della storia), con un’ampia classe media portatrice di progresso. Nikolaj II, osservando le ciminiere spuntare come funghi tra le cupole a cipolla, sospirava “Manchester è entrata a Bisanzio!” e chiedeva a Prokudin di scattare foto alle chiese. Erano le ricchissime chiese che caratterizzavano i paesaggi russi: ce ne sono di immense e preziose e ce ne sono altre piccole, di legno tutte intagliate, ugualmente preziose. Mi sono fatta prendere dalla curiosità e le ho cercate ad una ad una su google, e la maggior parte delle volte la prima e spesso l’unica immagine rimasta è proprio una foto di Prokudin-Gorskij ante 1917. “Così com’era”. Moltissime sono andate distrutte o seriamente danneggiate, quasi tutte hanno cambiato funzione a partire dalla rivoluzione del popolo russo, contro l’odiato zar.
Piccola bibliografia:
Photographs for the Tsar : the Pioneering Color Photography of Sergei Mikhailovich Prokudin-Gorskii Commissioned by Tsar Nicholas II / Edited with an Introd. by Robert H. Almshouse.
The first russian color “portrait”
The first color portrait of Leo Tolstoj and other amazing color photos of czarist Russia (1908).
History of photography /Jeff Curto
Radzinsky Edvard, L’ultimo zar, Milano 2001.
Nostalgia (che non ho letto e non leggerò).
E Soprattutto questo che un giorno riuscirò ad avere in qualche modo.











