DSC_8911 11bora il vento di Trieste

Sono stata sul molo a scattare due foto alla bora. Un ‘taglian avvinghiato al lampione, misero spettacolo, mi urla: “È pericoloso, viene a raffiche!”. Ce l’aveva proprio con me! L’ho guardato a lungo con muto ed incommensurabile disprezzo.

Cosa si aspettano i foresti dalla bora? Ogni volta glielo spieghiamo daccapo: quando c’è bora vola tutto! La bora scoperchia le case, porta via i comignoli, ribalta i treni, sradica alberi, fa volare coppi e rami, e porta a spasso i cassonetti della scovazze. “Vento forte è quando ti preoccupi di tener calcato il cappello sulla testa”, diceva Stendhal rintanato in un albergo triestino, “Bora è quando temi di romperti un braccio”, perché il refolo giusto ti fa mancare la terra sotto i piedi per davvero! Il dott. Polli, il massimo esperto di bora, calcolava che “una raffica a 160 km orari esercita una pressione di 144 kg su ogni metro quadrato, il che significa approssimativamente il peso di un quintale sul corpo umano”: si capisce così?

Quando soffia la bora i bambini ridono da matti, pensano che voleranno via, e da grandi, quando ci avventuriamo spavaldi in cima al molo dove la raffiche sollevano il mare da una parte all’altra, ancora proviamo quell’eccitante desiderio-paura che il refolo buono ci porti via. E siamo tutti imborezài, che sarebbe a dire su di giri, in preda a un’ elettrizzante euforia. Infatti si dice che la Bora abbia strani effetti sulla psiche: è per colpa della Bora che siamo matti o depressi, o non depressi, o comunque ipocondriaci.

La bora cambia tutto! Improvvisamente le temperature diventano artiche, l’aria adamantina, tutto appare affilato tanta è la nitidezza. Se la giornata è cupa la bora spazza le nuvole portando il sole. Talvolta invece imperversa scura addensando nubi dai toni molto sturmundranghete. Sì, se la bora fosse musica sarebbe “Ungarische Tänze” di Brahms: tutto intorno gira  con continui cambi di ritmo, ora scherzoso ora più solenne. La bora ci cambia i connotati: gli occhi ci diventano più chiari e limpidi, i capelli sono elettrici e camminiamo piegati in avanti o all’indietro, oppure per sbiego come i granzi . La bora fa diventare il mare verde chiaro. La bora ulula, fischia e fruscia e tutta la città le va dietro cigolando, sbattendo, tintinnando. La notte i foresti non dormono ma noi sì, ci addormentiamo cullati dagli scuri che sbattono, avvolti dall’aria tormentosa che fa vibrare i vetri e cigolare le case, sicuri nell’abbraccio dell’aria natìa. E poi ancora conosciamo il godurioso piacere di star sotto il piumone quando fuori fa tanto tanto freddo.

Ai foresti ogni volta elenchiamo tutte le malefatte della bora con l’orgoglio che da dentro ci scappa fuori da tutte le parti: di quella volta che la bora ha ribaltato il treno sulla parenzana e un tram sulle rive con tutti i passeggeri a bordo, di quando ha tirato giù la ciminiera della Drher e la colonna del Lloyd. In tempi recenti ha svodà un camion come una latta, ma epica rimane quella volta in cui ha spezzato gli ormeggi di Ursus e se l’è portato a spasso per il golfo. Chi è Ursus? Ursus è un pontone alto 80 m, costruito nel 1914, una di quelle cose a cui siamo tanto affezionati, di un affetto testardo che per puntiglio riversiamo sul poco della nostra identità che ancora non ci hanno strappato via. Tipo anche l’attaccamento assurdo per quel puzzolente magazzino dei vini, per il quale abbiamo preteso un restauro filologico e in cui ora, colmo della presa per il culo, ci hanno piazzato dentro… Eataly!.

Quando vogliamo darci un tono raccontiamo anche della battaglia del Frigido, quando Teodosio sconfisse Flavio Eugenio che lanciava giavellotti contro bora: prova tu a lanciar qualcosa contro bora! O di quando la bora ribaltò la bara di Fouchè, il poliziotto di Napoleone che ci stava tanto sulle palle.

Quando vogliamo darci un tiro più scientifico diciamo che la Bora è un violento vento catabatico. Cata che? Catabatico, che scende dall’alto, discendente – insomma – dal Carso sul golfo. È un vento continentale, freddo e secco, che nasce in Europa centro-orientale dall’anticiclone russo, una massa di alta pressione che tende a precipitarsi nella depressione adriatica. Un deflusso di aria fredda che scende verso il mare, si incunea per il valico di Postumia e schizza via come un missile su Trieste. E giù ad elencare, sempre più orgogliosi, i record di velocità della bora che attualmente, se non sbaglio, è un clamoroso 212 Km orari registrato nel 2010 a Noghere.

“Come vorrei vedere Trieste con la bora!” esclamano sognanti i foresti dopo tutto questo, e lo credo bene! Solo con la bora, Trieste è Trieste. “Eccola!” strillano queruli al primo refolo che solleva la gonna. Si piegano in due divertiti quando soffia a 80 all’ora, tra 100 e 120 però non parlano più e mostrano evidenti segni di fastidio. Quando la bora arriva davvero i foresti non escono. Non la amano affatto. Allora usciamo noi, euforici e fieri. Tutti arrivano nella nostra città: è un porto, è fatta per questo, ma ognuno per qualche misterioso motivo si arroga il diritto di venire a insegnarci come vestire, come mangiare, come comportarci. Non siamo mai abbastanza così o cosà, siamo troppo questo o troppo quello. Pretendono di dirci chi siamo e spesso non riescono nemmeno a pronunciare i nostri cognomi, noi lasciamo che parlino. Per educazione, per curiosità, perché non siamo attaccabrighe e soprattutto perché siamo menefreghisti.  Ma quando soffia la Bora allora sì, usciamo noi finalmente liberi e orgogliosi di essere quello che siamo: gente che cammina col vento, fedelmente attaccati a Trieste, questo lembo di terra che con la bora dichiara la sua assolutezza e irripetibilità.

Piccola bibliografia

Liliana Bamboschek, La Bora in scarsela

Pino Guidi e Fabio Forti, Biografie di speleologi del passato

Museo della Bora

Ursus

 

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    • Un piacere… quando si parla di Bora!
      Ricordo benissimo l’evento ed il “dilemma” di quella raffica fuori scala rispetto alle misurazioni “ufficiali”. Contattarono anche noi all’ISMAR (me in particolare) per dare un parere. Conoscendo bene lo strumento in uso alla valle delle Noghere, che era identico ad uno che avevamo in uso noi all’ISMAR, assieme ad altri, risposi molto chiaramente che quella raffica era dovuta ad un errore strumentale. Avevamo avuto lo stesso problema di raffiche sovrastimate “a random”… così, ogni tanto.
      La ditta costruttrice aveva poi trovato un baco nel software di gestione e ci aveva risolto il prblema…
      .. tutto molto semplice. Il giornale riportò giustamente la notizie e le “polemiche” correlate, ma i fatti sono molto semplici

      Per concludere direi che il dato più attendibile è sicuramente quello fornito dall’OSMER in quell’occasione.

      Approfitto per complimentarmi per le immagini che ho trovato sul blog… veramente complimenti sentiti !!!
      E se posso…segnalo questo, approfitto 😉
      rrc

  • Bellissimo articolo, complimenti.
    Passo la mia giornata a googlare alla ricerca di informazioni interessanti sulle varie città italiane e mi è capitato poche volte di leggere un articolo dall’inizio alla fine con questo interesse.
    Volevo solo dirtelo.
    Ciao!

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