Filippo Ulivieri teme molto di esser preso per un kubrickiano e non osa definirsi uno scrittore, di fatto è l’autore di un blog seguitissimo “Archivio Kubrick” e ha scritto un  libro di successo: “Stanley Kubrick e me” edito da il Saggiatore.
Oggi ha avuto la pazienza e la generosità di posare per me e di rispondere anche alle mie domande.

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Filippo, cosa fai nella vita?
Mi diverto. La risposta che do sempre a chi mi fa questa domanda.

Professione: mi diverto?
Sì.

Beh! Mi sembra figo, e pure un po’ snob.
In realtà è perché non so cosa rispondere visto che ne faccio tante, o anche poche. Ho un curriculum schizofrenico, non saprei riassumerlo.

Quindi Filippo Ulivieri, uno che si diverte!
Magari! Detta così pare proprio una figata. Via diciamo: uno che a tratti- a tratti- si diverte.

Comunque hai scritto un libro di successo. 
Questo è vero.

Cosa che in tanti vorrebbero fare. Dimmi di questo successo.
E’ stato un successo perché ha venduto bene, perché abbiamo avuto degli ottimi riscontri durante le presentazioni e perché i commenti ricevuti da chi mi ha scritto sono stati quelli che avrei voluto ottenere.

Cioè?
Commenti da cui si capisce che sono stati colti gli aspetti per me rilevanti di questo libro, quindi sono stato in grado restituirli tra le pagine, senza doverli spiattellare.

Me li spiattelli?
Spiattellandoli, questo libro è la storia di Emilio d’Alessandro mascherata da un libro su Kubrick; le persone l’avrebbero letto per Kubrick ma avrebbero poi scoperto la vita e l’amicizia tra Emilio e Stanley.

In sostanza una fregatura per i kubrickiani.
‘Na sòla per kubrickiani, e me l’hanno anche detto! Secondo me non è affatto vero: il mio libro dice più cose su Kubrick di tutti i libri su Kubrick mai usciti, solo che non lo dà a vedere.

Scusa, ma non ci credo che a te interessava raccontare la storia di Emilio piuttosto che di Kubrick, conoscendoti. Avevi già il sito…
E’ chiaro che senza Kubrick questo libro non esisterebbe, ma non volevo farne una serie di aneddoti curiosi o un saggio di cinema; volevo dar voce a Emilio e alla sua storia, e raccontare Kubrick attraverso il suo punto di vista.

Quindi anche un tributo a Emilio?
In parte sì.

Perché Emilio si merita un tributo se non per il fatto di aver avuto la fortuna di incontrare Kubrick?
Perché è una persona molto corretta, con un’etica del lavoro ferrea. Per lui, la dignità delle persone deriva da come si comportano nell’ambiente di lavoro, nelle relazioni con i datori di lavoro e i colleghi. Mi è sempre sembrata una storia di una persona molto onesta, molto corretta, e visto come vanno le cose nel nostro paese… Mi sembrava una bella storia da raccontare di per sé.

E invece la tua etica del lavoro? Tu che sei uno che si diverte.
Quando scrivevo il libro, in certi momenti trovavo rassicurante raccontare questa storia. Avevo già fatto molti lavori, nel pubblico e nel privato, e in tutti mi sono trovato malissimo, tra pagamenti inesistenti o ricevuti in ritardo e rapporti umani traditi per convenienza. Raccontare una storia in cui i rapporti di lavoro funzionavano senza problemi era una sorta di rassicurazione: possono esistere ambienti di lavoro sani. Certo, poi se pensi che per farli esistere servivano Stanley ed Emilio…

Tornando a Kubrick, Emilio ti ha dato l’opportunità di “violare” la sua leggendaria riservatezza e di “sbirciare” nella sua vita privata e sul suo set.
Questo è uno dei pregi del libro: chi è interessato a Kubrick può capire come lavorasse nella sua quotidianità, come costruisse i suoi film.

Non solo come lavorava, dal libro emerge chiarissima la sua personalità.
Sì, Kubrick non solo come regista ma come uomo. Il ritratto nuovo, e per certi aspetti contro la “vulgata”, nasce proprio dal fatto che Emilio è stato il solo tra tutti i collaboratori a stare al suo fianco per trent’anni in modo costante e continuativo, quando tutti gli altri sono rimasti per pochi anni se non per il tempo di un solo film. La versione di Emilio, anche solo per questo, è necessariamente diversa, più completa. In più c’è l’aspetto di amicizia intima, che trovo sia davvero unico.

Ne emerge un ritratto di Kubrick insolito.
E’ completamente inedito.

Ma non ti sei sentito un po’ a disagio a raccontare i segreti del grande maestro?
Non lo chiamare grande maestro, almeno tu! Questo era lo scrupolo che si faceva Emilio all’inizio ma io gli ho assicurato che non ci sarebbero state indiscrezioni su nessuna delle due famiglie coinvolte. Io mi sono limitato a raccontare aspetti pertinenti al carattere di Kubrick e alla sua sfera personale, perché illuminano chi era come artista; non mi sono invece minimamente interessato al suo privato.

Sei stato dietro a questo libro un casino di anni, quasi il tempo di produzione di un film di Kubrick.
Troppi, e il paragone finisce qui però.

Da dove hai cominciato?
Ho cominciato registrando le conversazioni con Emilio; la mia competenza su Kubrick mi è servita per fare le domande giuste, indagare il suo metodo di lavoro e individuare curiosità che sapevo non esser state toccate da altri libri. In più c’era naturalmente la curiosità di sapere cosa faceva Kubrick quando non girava un film. Infine ho fatto domande relative alla storia di Emilio e della sua famiglia: l’emigrazione, l’incontro con Janette, lo stringere i denti nei momenti di crisi, il caos sociale degli anni ’60, la perdita del lavoro, la passione per le corse…

Emilio infatti aveva cominciato una carriera da pilota professionista. Perché ha smesso?
Perché ha perso l’entrata fissa. La sua idea era che lavorando con Kubrick avrebbe avuto di nuovo uno stipendio e avrebbe potuto tornare a correre.

La paga fissa è una figata!
Lo so che a te piace tanto il posto fisso. Anche a Emilio piaceva, e per gli stessi motivi. Finita la settimana di lavoro poteva andare sul circuito e sentirsi vivo. Alla fin fine, in effetti, Kubrick è stato uno sbaglio nella sua vita. E questo per me era un dato molto interessante. Lo dicevo a Emilio: tu avresti tanto preferito che il tuo libro lo scrivesse un appassionato di corse e invece te ne è toccato uno a cui piace il cinema. Però alla fine Emilio si è arreso a Kubrick perché ci stava bene. Kubrick era il suo datore di lavoro perfetto.

E cosa lo faceva stare bene?
Che la sera era stanco e aveva fatto qualcosa che il giorno prima non c’era.

In più, visto che non aveva alcuna istruzione, immagino che aver avuto a che fare con attori, registi, gente importante… Emilio ha fatto una vita molto ricca grazie a Kubrick.
Lui dice che Stanley Kubrick è stato la sua università.

Sì, però ha aspettato vent’anni prima di vedere un suo film!
E questo è divertente! Emilio non sapeva per chi lavorava. Si è reso conto di chi fosse Kubrick solo alla fine. Per tutta la lavorazione di Barry Lyndon, il primo film a cui ha partecipato, Kubrick per lui era un regista come un altro, come quelli della TV per cui aveva lavorato come autista anni prima. Solo dopo i casini causati da Arancia Meccanica, ritirato dalle sale per le minacce alla famiglia Kubrick, e il tentativo di un attentato dell’IRA alla troupe in Irlanda, si è reso conto che Kubrick non era uno dei tanti. Poi, chi fosse davvero Stanley Kubrick l’ha capito ancora dopo, negli anni ’90 quando è tornato in Italia e tutti a Cassino impazzivano quando diceva per chi aveva lavorato.

Dimmi come hai lavorato. Questo te l’avranno chiesto mille volte…
No, in verità non me l’ha chiesto nessuno perché nessuno si è reso conto che il libro l’ho scritto io. Questa è un po’ la mia vittoria: come autore dovevo scomparire completamente, volevo evitare di essere un filtro tra Emilio e il lettore, altrimenti il libro sarebbe risultato estraneo a lui o, peggio, l’ennesimo saggio su Kubrick.

Comunque il testo è scritto, e mi pare una domanda interessante domandarti del lavoro che hai fatto per organizzare il materiale in modo coerente e interessante, perché questo è un lavoro da scrittore. Mi sorprende che nessuno te l’ha chiesto.
Intanto chi ci ha fatto le interviste il libro non l’ha letto, erano solo interessati a fare qualche domanda all’Emilio assistente di Kubrick. L’unica che ha fatto delle domande a me come colui che tra trasformato la storia di Emilio in un libro è stata una giornalista della TV svizzera.

Non ti sembra strano? Quante interviste hai fatto?
Diciannove a Mantova, in totale direi venticinque. Più una trentina di articoli. E sì, mi sembra strano.

Dicevamo del lavoro.
Per circa due anni sono andato a Cassino nei fine settimana registravo e sbobinavo le nostre chiacchierate. E poi raccattavo in giro per casa sua tutti i cimeli: lettere, foto, appunti, oggetti e altre cose sparpagliate ovunque.

E questa è stata una parte fighissima.
La mia indole da archivista godeva come un mandrillo: lettere di Kubrick, documenti di produzione, foto mai viste, i portachiavi dell’Overlook Hotel di Shining… Cose per me pregne di significato e per Emilio solo oggetti d’uso comune. Il cappotto che indossava per andare in giardino era quello usato da Tom Cruise in Eyes Wide Shut.

Io ho provato invidia per le giacche di Full Metal Jacket, con tutte quelle tasche. Emilio se ne è tenuta una, quanto ne vorrei una anche io!
Ce ne sono due. A Emilio ne sono rimaste due.

Una è mia! E poi pensa alle giacchette di Barry Lyndon…
Di Barry Lyndon c’era un vestito da prussiano, ma l’ha dato alla Caritas perché non ci faceva nulla.

Mi venderei l’anima per un vestito da prussiano!
Per lui erano solo rimasugli.

Poi sbobinavi tutto.
E organizzavo il materiale per dargli un’impostazione che…

Sbobinavi anche lo starnuto, immagino.
No, non proprio, ma ero abbastanza puntuale perché avevo bisogno di fare mia la voce di Emilio in modo da restituire nella mia scrittura il suo modo di parlare, la catena dei suoi pensieri. Volevo che il libro sembrasse il più possibile scritto da lui. Per questo dovevo scomparire: la mia presenza stava nell’architettura, nel ritmo, nel peso da dare a ciascun episodio, soprattutto nel trovare dentro quarant’anni di vita una storia. Raccontare tutto è come raccontare niente: diventa palloso, gli aneddoti pur divertenti non ti restano dentro se non fanno parte di un disegno più grande. Io è questo che dovevo trovare. E questa cosa deve aver funzionato perché abbiamo avuto un riscontro che…

Continui a parlare al plurale. 
Sì, perché siamo in due, io e Emilio. Va bene che l’ho scritto io, ma senza Emilio non avrei avuto nulla da scrivere, e lui è servito come guida per la scrittura, per cui non vedo perché non farlo partecipe della buona riuscita della cosa. Questo te lo direi anche a registratore spento.

Lo so, lo so, me l’hai detto tante volte, e una volta anche incazzato perché ti sfottevo che il tuo nome non c’è mai negli articoli.
Che uno legga il libro e non si renda conto che l’ho scritto io, ripeto, lo prendo come un complimento. Al massimo fa sorridere quando dicono in faccia a Emilio che il libro è scritto bene e lui non sa cosa dire e mi guarda. Alla presentazione a Grosseto, dove c’era un clima quasi cameratesco, Emilio se ne esce con un candido “Scritto? Ma se non l’ho nemmeno letto!” Come non aveva mai guardato i film di Kubrick perché li aveva visti per due anni attorno a sé, così non ha letto il libro perché la sua vita l’ha già vissuta, che la legge a fare? Io lo trovo un complimento meraviglioso e anche un attestato di fiducia che mi onora. Quello che mi fa incazzare, come dici tu, è che le recensioni al libro – non le interviste a Emilio ma le recensioni – sono riassunti. E’ come il critico cinematografico che va al cinema e per recensione scrive la trama. No, la trama la scrive l’addetto stampa del film per venderlo, la trama del mio libro sta nella terza di copertina, l’ha scritta l’editor del Saggiatore.

Tu hai lavorato tantissimo senza sapere se il tuo lavoro sarebbe sfociato in una effettiva pubblicazione.
E’ stato un salto nel vuoto.

Sì, ma è stato un salto di 7 anni. Quanti “no” hai preso? Parecchi? 
Più che altro prendi delle non risposte. Non ti risponde nessuno, e pare che sia così che funzioni. L’unica eccezione è stata una casa editrice molto grande che mi ha detto che il libro era bellissimo ma non potevano pubblicarlo prima di quattro anni per questioni di catalogo.

Le prime volte che hai visto il tuo libro in libreria? Noi eravamo super eccitati! 
Era una sensazione strana, il mio libro in mezzo ad altri libri veri, quindi era vero! Entravo nelle librerie di Roma e lo vedevo là sugli scaffali e allora controllavo le edizioni che erano sempre diverse. Molto bello è stato a Natale alla Feltrinelli perché c’erano le pile del libro a pianterreno, alte un metro: ero la strenna natalizia!

La TV, la radio, le presentazioni?
Divertente. Pensavo fosse stressante ma in realtà mi sono divertito. Farsi truccare dalle truccatrici… erano anche cose… boh, grottesche.

Perché grottesche?
Perché per fare tre secondi di intervento ti devono impecettare tutta la faccia. Molto buffo.

Non avevi ansia di parlare?
Le prime volte sì, specialmente al Festival di Mantova che era la prima uscita, ero nervoso perché c’era una platea di trecento e passa persone, tutte sedute davanti a noi che dovevamo star lì a parlare, erano presenti anche quelli del Saggiatore, sentivo la responsabilità. In realtà subito dopo, con le cose per i giornali e la TV, mi è sembrato tutto un circo, mi veniva da prenderla molto poco sul serio. Le domande che mi venivano poste erano sempre molto banali, nessuno è andato mai a chiedermi cose complicate.

Tipo?
Ma che ne so, potevano domandarmi qualcosa dei film di Kubrick, quelle teorie assurde, e siccome a me non me ne frega niente di fare critica potevo trovarmi in difficoltà. Invece non gliene importava nulla del cinema di Kubrick, volevano solo chiacchierare con Emilio. Spesso di me quasi non si accorgevano. Un tale una volta mi ha chiesto se ero l’accompagnatore di Emilio, “Certo!” ho risposto, se sei cretino, sii cretino fino in fondo.

E poi?
E poi naturalmente mi ha chiesto cosa domandare a Emilio a proposito del libro. Dico, ti devo fare l’intervista io? Io sono l’accompagnatore! No, no, ma guarda, la rivelazione post libro è che c’è una superficialità impressionante. Io mi aspettavo che chi ti chiama lo fa perché è interessato. Non dico i giornalisti di Mantova, sono lì per coprire un evento, un autore dietro l’altro, non puoi pretendere che abbiano letto il tuo libro. Il nostro poi si prestava particolarmente a un articolo pop con Emilio che parla di Kubrick come di suo padre. Quel che non concepisco sono quelli che ti invitano a presentare il libro, e non l’hanno letto.

E i soldi?
Se la gente pensa che con un libro che vende bene ci si guadagni, sbaglia. Si scrivono libri perché piace scriverli. In realtà non dovrei dire così perché io non ho scritto libri, io ho solo fatto questo perché mi pareva un libro che meritasse di esistere, la storia di Emilio meritava di essere raccontata e Kubrick meritava di essere raccontato da Emilio. Era un libro necessario per gli appassionati di cinema, e per questo non ho mai smesso di cercare un editore. Poi era una bella storia in sé, come ho detto, e infatti ha venduto come un romanzo, non come un saggio di cinema. Ha venduto come un romanzo di un esordiente.

Ti piace quest’idea del romanzo…
Per me è sempre stato un romanzo, infatti il mio dubbio era: ma sarò in grado di scrivere un romanzo?

Insomma, è una storia di successo!
Più o meno, dai.

Cosa non va?
Che ancora non è stato tradotto in inglese. Quindi non hanno ancora potuto leggere questa storia né i cinefili di tutto il mondo, né gli amici di Emilio sparpagliati nei cinque continenti, né i familiari di Kubrick.

Già! Loro, Christiane soprattutto, lo sanno di questo libro?
Sì, certo, perché è stato necessario ottenere la loro autorizzazione per pubblicare le lettere di Kubrick e le fotografie. Però non l’hanno letto. Christiane, gli attori che hanno lavorato per Kubrick… nessuno sa il ruolo che ha avuto Emilio nella vita di Kubrick. Per tutti quanti era l’autista, punto. In parte perché era tra i compiti di Emilio restare nell’ombra, in parte perché lui stesso non ha mai voluto parlare per proteggere Kubrick.

Però scusa, nel libro ci sono episodi come quello in cui Kubrick si prende cura dei figli di Emilio… Lì il rapporto era chiaro.
Sono cose che Kubrick faceva anche con gli altri. Si preoccupava per tutti. L’intensità del rapporto con Emilio nasce più avanti, ed è rimasta sempre molto privata. Nemmeno Christiane l’ha colta.

Potrebbe anche sbugiardarlo.
Per questo sono curioso!

Non ti viene il dubbio che Emilio, anche senza cattiveria, ma semplicemente per la sua semplicità possa aver male interpretato, o esagerato…
E’ una possibilità, e me lo sono chiesto. Io però dovevo raccontare la sua storia, e quella che ho messo nel libro è la sua verità. Emilio quando racconta la sua storia è sincero. Il suo rapporto con Kubrick è così come lo descrive, lui l’ha vissuto in quel modo. Questo nessuno può confutarlo. E comunque le incazzature esasperate di Janette sarebbero troppo difficili da fingere!

Non vedo l’ora che esca in inglese!
Anche Emilio e Janette. Io anche per un altro motivo. Magari succede all’estero quel che non è successo qui. Mi aspettavo che questo libro suscitasse un dibattito tra i kubrickiani, sulle riviste di cinema o almeno sui blog, invece non è successo assolutamente nulla. La cosa mi ha lasciato molto perplesso perché solitamente su Kubrick sono tutti pronti a discutere fino allo sfinimento di cose che hanno un’importanza molto minore rispetto a questo libro che sostanzialmente capovolge l’immagine consueta che avevi di Kubrick. Per gli appassionati di cinema o almeno per i kubrickiani questo libro doveva essere una manna. Invece il silenzio.

Stamattina pensavo che sei uguale al critico culinario di Ratatuille, assumi la stessa fisionomia quando critichi un film.
Però io dico cose più sensate.

 

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  • Caro Filippo. Congratulazioni vivissime! Il libro l’ho letto, d’un fiato e con molto interesse. Al di là della competenza, che non si discute, è’ raro subodorare la passione che sta dietro ad un lavoro; bé, leggendo il tuo libro si avverte. Ancora complimenti.
    …Uno degli ‘astanti’ alla presentazione di Grosseto…
    FP (do these initials, and the language I’m writing in, tell you anything about my identity?)

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