La cura degli spazi pubblici la dice lunga sul livello culturale di una città.

Il Tivoli è un enorme parco verde in centro: passeggiate, alberi, scoiattoli rossi, ogni possibile struttura per ogni possibile attività sportiva, una libreria sull’erba, una galleria fotografica a cielo aperto, musei, pasticceria e che altro? Cestini d’immondizia vuoti, cani al guinzaglio, panchine intere e pulite, tavoli all’ombra, fontane zampillanti, i rumori della città lontani. Ogni considerazione è del tutto superflua.

Qui mi sento bene, qui mi sento un po’ a casa, ed è qui che vengo a cercare quell’insieme di valori, comportamenti, modi di pensare e di muoversi che erano della mia infanzia e che vorrei tramandare a mio figlio.

Io e Nikolaij abbiamo appena messo piede nel parco giochi quando – praticamente volando – arriva un gruppetto di ragazzini. Agili come tutti i bimbi abituati all’aria aperta, lanciano via i sandali e corrono, saltano, si arrampicano ovunque: conoscono il vertiginoso senso di libertà  che ti da una corsa a piedi nudi, conoscono la gioia vitale del movimento. Nikolaij li imita immediatamente, salta nelle pozzanghere scalzo e si cimenta sulle scale a pioli di uno scivolo alto. Gioia di mamma!

Poi arriva la pioggia, un muro d’acqua che avanza compatto e ci costringe a correre al riparo di un albero, ma quanto è bello giocare sotto i goccioloni! Mia mamma diceva che la pioggia fa diventare alti e quindi via noi, di corsa sotto l’acqua, diventeremo più alti degli alberi!

Il Tivoli Park non sta esattamente sotto casa ma Ljubljana in fondo non è lontana e la bellezza non è mai superflua: aiuta a crescere  e vivere bene. La bellezza ha più a che vedere con la consapevolezza di sé che con la rispondenza a determinati canoni. Una bella città ha cura della propria memoria, una città triste è quella che in nome di un’ idea piuttosto sorpassata di turismo si riduce a una sorta di luna park per turisti annoiati lasciando la propria cittadinanza schizofrenica. Una città bella che ha a cuore le tradizioni e lo stile di vita dei propri cittadini attira numerosi visitatori, una città triste cura il profitto di alcuni, si svende e muore. Quanta spregevole ignoranza e quanto spudorato disprezzo per la memoria della città parlare di vocazione turistica di Trieste!  Mi salta in mente il Pinocchio che in Villa Revoltella,  specchiandosi sull’acqua (che naturalmente non c’è più) scopre sgomento e atterrito di avere le orecchie d’asino e il naso lungo.

Quante balle in questa città! Quanto ci vorrà per prenderne coscienza? Intanto io mi rifugio al Tivoli

 

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